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23.07.2020

L’insegnamento del DESI

La pagella europea sull’avanzamento della digitalizzazione dipinge un’Italia che si prepara per il futuro, ma con una popolazione ancora legata al passato

Mentre il mondo della tecnologia e dell’innovazione guarda lontano, i “non del settore” sono diffidenti nei confronti del digitale e continuano a cercare il contatto umano. Ma una strada intermedia esiste, ed è quella da percorrere per provare a riavvicinare questi due mondi.

La pagella di un’Italia che non riesce a fare quel salto verso la digitalizzazione. La relazione DESI (Digital Economy and Society Index), che calcola il livello di digitalizzazione dei paesi dell’Unione Europea, pubblicata lo scorso giugno, non descrive un quadro di cui possiamo essere orgogliosi: nella “classifica generale” ci troviamo al quartultimo posto, davanti a Romania, Grecia e Bulgaria. Saliamo sopra la media, al 17esimo posto, solo in ambito connettività, arrivando anche al terzo per preparazione al 5G. Ma non c’è nulla da festeggiare se all’iperconnettività corrisponde il quadro di una popolazione che per il 31% ha competenze digitali molto ridotte.

Un problema di fiducia…

Nell’ambito delle competenze digitali e del capitale umano infatti, l’Italia scivola all’ultimo posto della classifica: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 24 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (58% media UE), e il 22% competenze digitali avanzate (33% media UE). Sono dati in miglioramento, ma ancora decisamente insufficienti.

Ciò che non si conosce crea diffidenza. La mancanza di competenze digitali si rispecchia perfettamente in un’altra indagine, risalente a qualche settimana prima del DESI, effettuata da McKinsey & Company, Italian consumer sentiment during the coronavirus crisis. Secondo gli analisti di McKinsey infatti un italiano su quattro durante il lockdown ha rinunciato ad usare i canali digitali (anche se ne aveva bisogno) per mancanza di fiducia, soprattutto nei settori dell’abbigliamento, alimentare e bancario. In molti, però, sono molto più propensi a parlare con un call center.

…o una questione di umanità

Se non ci si fida di Internet, ci si fida di qualcuno che è dall’altra parte della cornetta. E così l’elemento discriminante diventa chiaro: ciò che conta è l’interazione umana. Gli utenti si “fidano” molto di più se sanno che dall’altro lato c’è una persona, e ancora una volta in questo la pandemia da Covid-19 ha segnato il suo punto. Perché nonostante l’iperconnettività, il 4G e le videochiamate, l’opinione pubblica ha evidenziato la sofferenza per la mancanza della vicinanza sociale.

Un sentimento, questo, che ha fatto riflettere anche chi, come noi, si occupa di tecnologia e innovazione: la trasformazione è ancora necessaria e auspicabile, ma se prima della pandemia si puntava all’eliminazione degli store fisici e all’e-learning, durante la crisi si è ritrovata l’importanza dei rapporti umani.

Il rapporto DESI 2020 si basa sui dati del 2019: solo al prossimo report, si spera, si vedrà quando la pandemia da Covid-19 ha premuto sull’acceleratore della digitalizzazione, e se la risposta è stata una reazione all’emergenza o un cambiamento strutturale. Ciò che sicuramente ci ha indicato la pandemia, e può trovare conferma nella bocciatura del DESI, è la necessità di un’innovazione tecnologica che riporti l’uomo al centro, che tenga conto dell’esperienza emotiva e fisica di chi si avvicina allo strumento digitale.
Ed è compito di chi l’innovazione la fa riuscire a rimettere l’umanità al centro, creando tecnologie che tengano veramente conto di dell’utente finale. Solo così, forse, anche i più diffidenti riusciranno ad avvicinarsi al digitale, per recuperare quelle competenze che tanto ci fa pesare la pagella europea.
È ora di pensare alla tecnologia per l’umanità.

A cura di Marta Maschietto – Blog and Social Media Manager, Intesa (Gruppo IBM)

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