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25.05.2022
| Tempo di lettura: 5 min

Il design thinking per una tecnologia più umana

Come creare soluzioni innovative utili, ridefinendo i problemi

Ma alla fine, tutta questa tecnologia, ci serve? Ci è davvero utile? Non è troppo? In un mondo in cui il digitale fa sempre più parte della nostra quotidianità, in molti – e sicuramente chiunque abbia visto un episodio di Black Mirror – questa domanda se la sono posta.

In questo articolo scoprirai:

Stiamo infatti vivendo un’era particolare: quella del “VUCA world” (Volatile, Uncertain, Complex and Ambiguous), in una realtà sempre più difficile da afferrare, interpretare e prevedere, e in cui la rapidissima evoluzione tecnologica sta mettendo in discussione le nostre capacità cognitive di assorbire e di abituarsi al progresso, arrivando al “paradosso della scelta” teorizzato da Barry Schwartz. Di conseguenza, gli individui e il business si sono concentrati su nuove metodologie e approcci per essere sempre più agili e riadattarsi velocemente. 

L’abilità a rispondere velocemente ai cambiamenti, tuttavia, passa anche da un altro importante cambiamento: riuscire a guardare i problemi sotto prospettive diverse, per arrivare alla soluzione più efficace, con l’obiettivo di riequilibrare l’abbondanza e la generosità offerta dalle tecnologie digitali per conciliarle con le vere necessità e rendere la tecnologia più umana. Questo il ruolo del design thinking nel business.

La soluzione non funziona, ma è giusta la domanda?

Il design thinking, appunto, fa proprio questo: grazie al confronto tra i membri di un team multidisciplinare e con competenze diverse, cerca di ridefinire i problemi complessi. Un approccio che lo stesso Einstein aveva compreso:

 “The formulation of a problem is often more essential than its solution, which may be merely a matter of mathematical or experimental skill. To raise new questions, new possibilities, to regard old problems from a new angle requires creative imagination and marks real advances in science.”*

Alla base di tutto il processo – e quindi delle soluzioni – c’è la centralità dell’utente (e non del business): durante una sessione di design thinking, un passo fondamentale è infatti entrare in empatia con l’utente. Successivamente la discussione porterà a un’alternanza continua di movimenti divergenti, in cui si generano le idee – a volte con entropia – necessarie a trovare altre prospettive, a movimenti convergenti, in cui ci si concentra sull’idea che sembra funzionare meglio: il fallimento è parte fondamentale di tutto il processo.

Il ruolo delle tecnologie nel design thinking

Nei progetti che coinvolgono il design thinking, dunque, il business è “solo” una conseguenza, non un bisogno da soddisfare. E le tecnologie?

Gli Osservatori Digital Innovation hanno calcolato che su 326 progetti di innovazione che hanno utilizzato il design thinking, avviati da società di consulenza internazionali, solo 76 di questi non riguardavano innovazione digitale. Dei restanti 250 progetti, compaiono più frequentemente tra le tecnologie coinvolte i big data, seguiti da AI e IoT.**

Ma le tecnologie digitali possono avere anche un altro ruolo, oltre a quello di essere parte integrante delle soluzioni ideate per gli utenti: possono essere abilitatori e “potenziatori” del design thinking stesso, con una frequenza del 62% nei progetti di design thinking analizzati dall’osservatorio.

Conclusioni

Il design thinking abbinato alle tecnologie, dunque, può aiutare a trovare il giusto equilibrio e punto di incontro tra tecnologie digitali e umanità, aiutando chi si occupa di innovazione ad entrare in empatia con gli utenti, per ridefinire i loro pain point e trovare soluzioni davvero innovative, ma soprattutto davvero utili.

 

* Albert Einstein e Léopold Infeld, The Evolution of Physics

** Osservatorio Design Thinking for Business, Humanizing digital technologies through design thinking

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